Marijuana, tutta la verità

Droga o medicina?

La parola agli esperti del settore che raccontano, dati alla mano, gli effetti della cannabis – la pianta da cui si ricavano la marijuana e  l’hashish – sull’organismo umano, sia a breve termine che a lungo termine.

Per alcuni, infatti, è un modo per estraniarsi dalla realtà, per molti un pericolo per la salute fisica e mentale, soprattutto dei giovani, e per altri una possibile e innovativa cura per diverse malattie: ecco i risultati delle ultime ricerche sulla pianta più conosciuta e controversa del mondo.

Tratto da BBC Science Italia

La cannabis nella storia
La canapa, o cannabis, è stata usata dall’uomo fin dall’antichità per svariati utilizzi, tra cui la produzione di tessuti, cordame, concimi, carta e più di recente materie plastiche, vernici e carburanti, e le sue proprietà psicoattive e stupefacenti (in grado di alterare l’attività mentale) sono note da sempre. Nel 1800 il consumo di marijuana si diffuse in Europa fino a diventare una moda ma, nel 1937, dopo una lunga campagna contro la coltivazione fu resa illegale prima negli USA, dove assunse il nome dispregiativo di “marijuana” (termine messicano), e poi nella maggior parte degli altri paesi.

Dove è consentito consumare marijuana oggi?
Ogni paese ha le sue regole. In Canada è autorizzata solo a fini farmacologici mentre in Uruguay il mercato della cannabis è stato completamente legalizzato nel 2014 così come in Colorado e nello Stato di Washington, in altri paesi americani, invece, ne è stato “semplicemente” depenalizzato il consumo personale o consentito l’uso in campo medico. In Europa, solo in Olanda possesso, trasporto, vendita e coltivazione sono legalizzati ma attraverso gestori autorizzati e controllati (in Portogallo è legale il possesso, in Germania l’uso di piccole dosi e in Spagna si può consumare nei Cannabis club).

E in Italia?
Il nostro paese ha aperto le porte all’uso in campo medico dal 2007, con l’inserimento del THC (il più noto principio attivo della cannabis) tra le sostanze stupefacenti con attività farmacologica, anche se, in realtà, sono solo 11 le regioni italiane dotate di una legge sull’uso della cannabis terapeutica. Nel 2013, un nuovo decreto ha aggiunto a questo elenco anche i medicinali di origine vegetale a base di cannabis e, nel dettaglio, sono ammesse per la preparazione di tali farmaci le varietà Bedrocan, Bediol, Bedrobinol e Bedica che non hanno, però, ancora, indicazioni terapeutiche autorizzate. Significa che sono considerate cure off-label, cioè sotto la responsabilità del medico che decide di sperimentarle. La cannabis utilizzata proviene dall’Olanda perchè da noi la coltivazione non è consentita.

Qual è il consumo di marijuana e hashish oggi?
Il consumo di cannabis (hashish e marijuana) – dice Antonio Floriani medico psicoterapeuta, criminologo e direttore del Centro medico LiberaMente di Genova – è fortemente aumentato negli ultimi 15 anni in Italia e nel mondo. Si stima che oltre il 23 per cento dei giovani compresi tra i 15 e i 19 anni abbia fatto uso di cannabis nell’ultimo anno (rapporto ISTAT 2014). La cannabis è oggi una delle sostanze più diffuse anche perché, erroneamente e comunemente, viene ritenuta poco o per nulla dannosa.

La marijuana è una droga leggera?
No, non può più essere considerata tale – spiega Floriani –. Una volta, infatti, si pensava che la cannabis creasse solo dipendenza psicologica e non fisica e non era documentata in letteratura scientifica una sintomatologia astinenziale indotta dalla sospensione del suo consumo. Oggi, invece, con le nuove qualità di cannabis molto più potenti troviamo giovani e meno giovani che, una volta diventati consumatori giornalieri, non riescono a staccarsene e le motivazioni non sono solo di tipo psicologico, tutt’altro. Esistono 350 tipi diversi di cannabis, differenti modi di preparare e conservare le sue infiorescenze e numerose modalità di somministrazione, fattori che influenzano drammaticamente la composizione di principi attivi che vengono assunti rendendo impossibile stabilire in modo generico quali effetti e di che intensità si possono avere consumando cannabis anche perché esiste una vera e propria soggettività nella risposta dell’organismo a questa droga.

La marijuana è quindi cambiata nel tempo?
Una canna di oggi – spiega il tossicologo Carlo Locatelli del Centro Antiveleni di Pavia e Centro Nazionale di Informazione Tossicologica della Fondazione Salvatore Maugeri – non ha nulla a che vedere con quella di una volta. Negli ultimi anni, infatti, sono state incrociate e selezionate nuove varietà di canapa allo scopo di accrescere la percentuale di principio attivo. Se prima la marijuana conteneva il 6-7 per cento di THC le piante OGM di oggi arrivano a contenerne il 30-40 per cento. In pratica, quindi, una singola canna ha 4 volte più effetto.

L’uso di cannabis crea allora dipendenza?
Sì – dice Gaetano Di Chiara professore di farmacologia e tossicologia dell’Università di Cagliari – marijuana e hashish producono dipendenza fisica, anche se i sintomi sono meno pronunciati rispetto, per esempio, all’eroina. Tuttavia sono simili per alcuni aspetti: iperalgesia, irritabilità in fase di astinenza, diminuzione del tono dell’umore (nel tempo), aumento dell’ansia e difficoltà a smettere come per la nicotina e l’alcool. Il THC viene eliminato dall’organismo molto lentamente e questo fa sì che il fisico si adatti all’astinenza e non abbia una crisi violenta.

Come agisce nel nostro organismo la cannabis?
Il delta 9 tetraidrocannabinolo (THC) – il principio attivo della cannabis che determina gli effetti allucinogebni – una volta entrato nell’organismo, è in grado di mimare le azioni degli endocannabinoidi presenti nel nostro organismo (composti derivati da acidi grassi endogeni) legandosi ai rispettivi recettori, CB1 (nel sistema nervoso centrale) e CB2 (nel sistema immunitario), presenti in neuroni sia eccitatori che inibitori, determinando un’inibizione del segnale doloroso. Inoltre il THC interagisce anche con i recettori oppioidi μ1, causando il rilascio di dopamina e endorfine permettendo al soggetto di sperimentare le sensazioni di piacere.

Come agisce il consumo di marijuana sul comportamento a parte la nota euforia?
È stato dimostrato – spiega Sandro Iannaccone, primario dell’Unità di Riabilitazione Specialistica 2-Disturbi Neurologici, Cognitivi e Motori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano – che l’abuso di cannabis diminuisce la capacità critica e di giudizio, aumenta l’impulsività bloccando le inibizioni, favorendo eccessi d’ira ed esasperando la risposta agli stimoli esterni. In particolare, in casi di disturbi della personalità latente (circa un 30 per cento della popolazione) consumare hashish e marijuana stimolerebbe e anticiperebbe l’insorgenza della patologia con ulteriore diminuzione del controllo degli impulsi favorendo, così, l’abuso di altre sostanze stupefacenti e alcool.

Il consumo di marijuana favorisce la depressione?
La cannabis – spiega Floriani – ha effetti sul sistema dei recettori encefalici deputati al controllo delle emozioni e dell’ansia, quali la serotonina o l’adrenalina. Per tali ragioni questa sostanza, al pari di cocaina, amfetamine, allucinogeni e alcol, può condizionare lo sviluppo psico-emozionale con distorsione della personalità, in taluni casi irreversibile. A lungo termine gli effetti dei cannabinoidi conducono a una progressiva perdita di interessi ed energie nell’affrontare la quotidianità (definita sindrome amotivazionale) perché diminuiscono la produzione di dopamina nell’area del cervello responsabile per la motivazione, rendendo, così, chi ne fa uso meno sensibile agli stimoli.

Che effetti ha la marijuana sul cervello?
Gli effetti principali sono evidenti soprattutto sui centri cognitivi, con una diminuzione della memoria a breve termine e della capacità di apprendimento, e sui centri motori, in particolare sul cervelletto, che è il nostro centro di coordinazione motoria, e sui gangli della base che regolano i movimenti automatici. Tali conseguenze sono più o meno acute e reversibili a seconda dell’uso, sporadico o continuativo, del dosaggio e dal simultaneo consumo di altre sostanze come l’alcool che sono in grado di esasperare gli effetti della cannabis.

Gli effetti sono reversibili?
Secondo diversi studi la diminuzione cognitive dovuta all’assunzione cronica di cannabis è irreversibile in fase di sviluppo, cioè prima dei 18 anni.

E’ pericoloso guidare sotto gli effetti della marijuana?
La marijuana modifica la percezione della velocità dell’auto, il comportamento esecutivo e quello automatico (cioè quello che si innesca quando facciamo un’azione abituale) inoltre associare al cionsumo di marijuana quello di alcool aumenta di 7 volte il rischio di incidenti.

Chi consuma marijuana è spinto più facilmente a usare altre droghe?
Uno studio neozelandese (condotto su 1265 soggetti seguiti dalla nascita ai 25 anni d’età) ha evidenziato che a 15 anni chi consuma cannabis settimanalmente ha 60 volte di più la probabilità di passare all’abuso di altre sostanze stupefacenti rispetto a chi non la usa mentre a 25 anni tale probabilità è solo 4 volte maggiore.

La marijuana favorisce l’insorgenza di malattie psicotiche?
Alcuni anni fa la Società Italiana di Psichiatria ha messo in allarme sul fatto che, tra i giovani, chi consuma oltre i 50 spinelli l’anno (1 a settimana) ha 10 volte di più la possibilità di sviluppare malattie psicotiche. Un altro studio australiano ipotizza inoltre che nei soggetti predisposti alla schizzofrenia il consumo di marijuana favorisce un’insorgenza della malattia anticipata di circa 3 anni.

La cannabis agisce sul metabolismo?
Tra i cannabinoidi– spiega Vincenzo Di Mauro direttore dell’Istituto di chimica biomolecolare del CNR di Napoli – esistono molecole come il THC che stimolano l’appetito e l’accumulo di grassi nel tessuto adiposo e nel fegato agendo sul recettore CB1. Altre molecole, come il THCV (tetraidrocannabivarina) e il CBD, invece, contrastano e inibiscono questi effetti attraverso molteplici meccanismi molecolari e aumentano la sensibilità all’insulina. Inoltre, lo stesso THC quando viene assunto in elevate quantità e/o per molto tempo può “desensibilizzare” (e quindi inattivare) il recettore CB1, o attivare un altro recettore, il CB2, che sembra invece inibire l’accumulo di grassi. Lo stesso THC può quindi finire col migliorare il quadro metabolico. Uno studio inglese ha recentemente scoperto che, attraverso meccanismi diversi da quelli attraverso i quali agisce il THC, e anche diversi tra loro, il CBD e il THCV inibiscono entrambi la steatosi (accumulo di grassi nel fegato), e che il THCV aumenta la sensibilità all’insulina, suggerendone un uso contro il diabete di tipo 2.

Consumare cannabis in gravidanza è pericoloso per il feto?
Esistono numerose evidenze cliniche e precliniche – spiega Vincenzo Cuomo professore di farmacologia della facoltà di Farmacia e Medicina dell’università La Sapienza di Roma e autore di diverse pubblicazioni scientifiche sull’argomento – che suggeriscono che l’esposizione ai cannabinoidi durante fasi critiche dello sviluppo cerebrale induce nella prole delle sottili alterazioni cognitive e comportamentali, alcune di esse irreversibili. Studi di tossicologia dello sviluppo condotti nel nostro laboratorio sui roditori hanno dimostrato che l’esposizione durante la gravidanza e l’allattamento ai cannabinoidi determina tutta una serie di sottili deficit comportamentali associati ad alterazioni neurochimiche che persistono fino all’età adulta. Nell’ambito dei nostri studi abbiamo potuto verificare come l’esposizione durante la gestazione e l’allattamento al THC non induce soltanto un deficit duraturo della memoria a lungo termine nella prole adulta di ratto, ma anche un deficit nella memoria olfattiva a breve termine, associato ad alterazioni del comportamento sociale e della reattività emozionale.

La cannabis può essere curativa?
Le opinioni tra gli esperti sono discordanti e molti risultati apparentemente positivi sono ancora in fase preclinica. Tuttavia è attivo un progetto di Paolo Poli presidente del SIRCA (Società Italiana Ricerca Cannabis) e ricercatore del CIRTHA (centro interdipartimentale healt tecnology assestment) dell’Università degli studi di Pisa che, in collaborazione con il Ministero della Salute, sta testando la cannabis su 1500 pazienti con diverse patologie, con l’obiettivo di mettere in relazione il tipo di cannabinoide e la patologia estabilire con quali dosi si ottiene un riscontro positivo privo di effetti collaterali. Si tratta di un progetto puramente osservazionistico ma i risultati sarebbero incoraggianti. “I pazienti che hanno riportato un beneficio maggiore – dice Poli – sono soprattutto quelli con cefalee, spasticità e problematiche del sistema nervoso e in tutti i casi l’unico effetto collaterale riscontrato è stata un sensazione di “testa fra le nuvole”. Inoltre  funziona bene sui disturbi causati da malattie croniche di tipo autoimmune e reumatologiche, come certi tipi di artrosi, per le quali risulta efficace e più tollerabile del tradizionale cortisone. Allo stesso modo la cannabis funziona con fenomeni di spasticità causata per esempio da lesioni midollari o da malattie degenerative.

Nei tumori l’uso di cannabis dà benefici?
È riscontrato che le proprietà antiemetiche (riduce nausea, vomito, ecc.), antinfiammatorie e antidolorifiche (soprattutto neuropatiche) della cannabis sono, efficaci per ridurre i disturbi causati dalla chemioterapia e dalle cure tradizionali nei pazienti tumorali. Inoltre, un recente studio avrebbe verificato anche le potenzialità dei cannabinoidi nel rallentare efficacemente la proliferazione tumorale. Si tratta di ipotesi ancora da dimostrare, ben lontane da essere evidenze scientifiche, ma già altre ricerche hanno ottenuto risultati simili su diversi tipi di tumore, dal polmone al seno, ai polmoni, alla prostata, al fegato ecc. Tra queste uno studio italiano condotto, in vitro, dall’Università di Camerino che avrebbe riscontrato un’inibizione della proliferazione delle cellule tumorali e la loro morte utilizzando il CBD sul mieloma multiplo (neoplasia simile alla leucemia).

E con la sclerosi multipla?
Negli ultimi anni – spiega Letizia Leocani responsabile dell’Unità di Neurofisiologia Sperimentale dell’Ospedale San Raffaele – è stato studiato e realizzato un prodotto spray, commercializzato come Sativex, con concentrazioni bilanciate dei due principali cannabinoidi, il THC e il CBD (che contrasta gli effetti allucinogeni del primo), allo scopo di ottenere un farmaco controllato, definito e sicuro per valutare i benefici oggettivi sulla rigidità degli arti inferiori in pazienti con sclerosi multipla. Il nostro gruppo di ricerca ha intrapreso uno studio mirato a esplorare anche gli effetti dei cannabinoidi su alcune misure neurofisiologiche di attività cerebrale e del midollo spinale correlate alla spasticità muscolare. I risultati hanno evidenziato un miglioramento significativo della spasticità alle gambe.

Ci sono anche studi anche con l’epilessia?
Recenti ricerche hanno testato l’efficacia dei cannabinoidi nella prevenzione dell’insorgenza della malattia epilettica cronica con esiti apparentemente promettenti. “I risultati del nostro studio – dice Roberto Di Maio neurologo dell’Università di Pitthsburg – hanno dimostrano che un breve trattamento post-evento acuto con una molecola di sintesi con funzione analoga a quella di alcuni cannabinoidi (WIN 55,212-2) è in grado di prevenire l’insorgenza della malattia epilettica cronica. Si tratta di uno studio ancora preliminare ma riteniamo che tra i fitocannabinoidi sia il cannabidiolo (CBN) il candidato ideale per il trattamento delle forme di epilessia resistente dato che già altri studi di base e clinici hanno fornito una forte evidenza delle sue caratteristiche anticonvulsivanti.

Quali sono le nuove droghe derivate dalla marijuana?
Il problema moderno è rappresentato dai cosiddetti cannabinoidi sintetici. Spesso questi composti chimici – dice Locatelli – non sono altro che tentativi di medicinali falliti, ossia sono nati e sono stati brevettati da industrie farmaceutiche con l’intento di creare partendo dalla cannabis medicinali antidolorifici o comunque curativi ma il loro effetto e le loro controindicazioni non hanno reso possibile la commercializzazione. Attualmente ci sono 8-9 famiglie di queste “nuove droghe” in commercio per un totale di 200 molecole diverse, valore che aumenta di 1-2 unità a settimana. Queste sostanze, commercializzate come “cannabis sintetica”, nome che può trarre in inganno i giovani, sono in realtà molto più tossiche e pericolose rispetto a marijuana e hashish e i loro effetti complessivi, ancora poco conosciuti dal punto di vita medico, sono forse più simili a quelli della cocaina.

Che effetti danno?
A livello fisico danno molti più effetti collaterali tra cui danni renali che possono portare alla dialisi, attacchi di panico, ictus, tachicardia violenta che può determinare infarti anche in ragazzi di 16 anni a coronarie integre, fino a casi di morte. Non esistono antidoti per contrastare i danni che si manifestano in che ne abusa e spesso anche per le psicosi non ci sono medicinali o terapie efficaci tanto che esse cronicizzano.

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